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Vero che è falso, falso che è vero: teste nel Fosso

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Livorno, Fosso Reale Ph. courtesy of Fidelity Viaggi

1984, estate. Livorno si prepara a celebrare il centenario della nascita di Amedeo Modigliani. La città è pronta a festeggiare il suo celebre cittadino, nonostante egli abbia vissuto gran parte della sua breve vita a Parigi e sia tornato a Livorno solamente per un breve periodo; tanto è bastato perché la responsabile del Museo Progressivo di Livorno, Vera Durbé, insieme all’assessore della cultura Claudio Frontera, annuncia di voler dragare il Fosso Reale. Il perché di quest’idea, sovvenzionata con soldi pubblici oltretutto, affonda nella leggenda: ritrovare le teste scolpite da Modigliani e da lui medesimo gettate nelle acque del Fosso in un impeto d’ira.
Sostiene caldamente il progetto il fratello di Vera, Dario Durbé, figura di spicco nella Galleria di Arte Moderna di Roma, nelle sezioni dedicate all’Ottocento e Novecento.
Quello che accadrà in seguito è noto ancora oggi come “la burla delle teste”.

Modigliani: breve storia di un artista maledetto

Amedeo Modigliani (Livorno, 1884 – Parigi, 1920), ultimo di quattro figli, manifesta fin da piccino una salute cagionevole e la volontà di diventare un artista. Abbandonato il liceo ginnasio, segue il corso di pittura di Guglielmo Micheli, artista nonché discepolo di Giovanni Fattori, punto di riferimento dei pittori definiti macchiaioli. Modigliani si distingue, ma il suo orizzonte (e la sua salute incerta) lo portano a viaggiare per l’Italia a inizio Novecento: Capri, Amalfi, Roma, Napoli, Firenze e Venezia ispirano il giovane artista, il quale perfeziona una volta rientrato a Livorno, le idee raccolte.

Parigi!

Nel 1906 il grande passo: Amedeo Modigliani si trasferisce a Parigi, capitale dell’arte e delle avanguardie, per continuare a perfezionare i suoi studi. La vita degli aspiranti artisti a Parigi, però, non è facile; già nel 1907 Amedeo versa in condizioni economiche precarie e ottiene il soprannome di Modì, diminutivo del suo cognome che in francese ricorda il termine maudit, associato ai pittori maledetti – Verlaine e Baudelaire – tanto ammirati dallo stesso artista. La Ville Lumière conduce Modigliani ai vertici più alti della sua arte – pittorica e scultorea – ma in cambio consuma la vita dell’artista: indigenza, droghe e alcol aggravano sempre più lo stato di salute di Amedeo.
Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, lo accoglie sotto la sua ala protettrice il giovane poeta polacco Zborowski, il quale offre una delle sue stanze e un compenso di 20 franchi al giorno a Modigliani. Qui, nel dicembre del 1916, conosce la pittrice Jeanne Hébuterne. Tra i due scocca un amore profondo, tanto da decidere di sposarsi, il 7 luglio 1919; pochi mesi prima, il 29 novembre 1918, la coppia aveva festeggiato la nascita della figlia primogenita Jeanne. Ma la felicità ha una data di scadenza: la salute di Modigliani continua a peggiorare e nonostante l’amore di Jeanne e della figlioletta, l’alcol domina totalmente la vita dell’artista.

La fine e la fama

Il 24 gennaio 1920, dopo due giorni di agonia, Amedeo Modigliani si spegne per sempre.
Jeanne, incinta del secondo figlio, lo seguirà il giorno seguente lanciandosi dalla finestra del quinto piano.
La morte coincide con la consacrazione artistica: le opere di Modigliani verranno vendute a cifre altissime e ancora oggi suscitano ammirazione in chiunque le ammiri.

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Amedeo Modigliani nel suo studio Ph. courtesy of Collezione da Tiffany

La leggenda delle teste e la furia di Modigliani

“Dedo era arrivato tardi, nel caffè Bardi delle nostre riunioni. Faceva caldo, era estate. Uscimmo a passeggiare lungo i Fossi, dirimpetto alla chiesa degli Olandesi. A un certo punto, da un involto di carta di giornale, tirò fuori una testa con il naso lungo scolpita nella pietra. Ce la mostrò con l’aria di chi ti fa vedere un capolavoro. E tutti si scoppiò a ridere. Lo prendemmo a sfottere, povero Dedo, per quella testa. E Dedo senza dire una parola, la scaraventò oltre la spalletta, giù nell’acqua. Ci dispiacque, ma eravamo tutti convinti che come scultore Dedo valesse meno che come pittore.”
Modigliani torna a Livorno nel 1912, restandoci per qualche mese e dedicandosi alla scultura; una sera, mostra a dei suoi amici alcune teste da lui scolpite, chiedendo la loro opinione: davanti alle critiche e alle risate dei suoi amici, in un impeto d’ira, scaglia le teste nel Fosso Reale.
Cento anni dopo sarà questo episodio oramai divenuto leggenda, a dare il via alle operazioni di recupero delle teste.

Alla ricerca delle teste perdute…

Per dragare il Fosso Reale, si decide di costruire una benna a forma di rastrello con denti di acciaio di 20 millimetri posti ad una distanza di 8 centimetri, rivestiti di gomma: ad occuparsi del progetto, su incarico di Vera Durbé, sono gli addetti comunali alle fognature. I lavori sono finanziati con i soldi pubblici, senza la consultazione di esperti e vengono organizzati in fretta, troppo in fretta.
Senza contare che già nel secondo Dopoguerra, il cittadino Lido Sanesi partecipa alle operazioni di dragatura del Fosso e proprio nel punto in cui, secondo la leggenda, Modigliani avrebbe lanciato le teste; ad eccezione dei detriti, non era stato rinvenuto nulla.
Ma nessuno ascolta le obiezioni dei contrari: l’attenzione di tutti si concentra sulla ricerca delle teste scolpite da Modigliani. Il mondo intero segue con vivo interesse e i mass media restano in diretta 24 ore su 24, in attesa di annunciare finalmente il miracolo.
La benna inizia a dragare il 17 luglio. Ma dal Fosso non riemerge nulla.

… e l’attesa snervante

Il miracolo tarda ad arrivare e l’emozione iniziale lascia il posto a critiche e prese in giro. La benna continua, imperterrita, nel suo lavoro, ma sempre senza risultati. Vera Durbé e gli assessori comunali vengono attaccati duramente per la pazzia intentata, ma rimangono fermi nelle loro convinzioni: le teste di Modigliani sono nel Fosso; la mancanza di fonti certe, la testimonianza di Lido Salesi, le critiche della figlia di Modigliani, Jeanne e le prese in giro dei cittadini non sortiscono alcun effetto, fino al 24 luglio, quando dal Fosso, riemerge una testa, Modì 1. Nuovamente il 29 luglio la benna riporta a galla una seconda testa, Modì 2 ed infine il 9 agosto, Modì 3 viene ripescata.

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Le tre teste attribuite a Modigliani Ph. courtesy of Zetatielle

Ed ecco uscir tre teste

Proprio quando non sembra esserci più speranza, dal Fosso emerge una testa abbozzata, i tratti appena delineati sulla pietra. L’emozione è immensa. Quando poi, nei giorni successivi si rinvengono altre due teste, il mondo intero grida al miracolo: l’impossibile è improvvisamente diventato realtà.
Ma c’è chi è scettico: oltre a Lido Salesi, il livornese Carlo Pepi, cittadino con un grande interesse per la pittura livornese, compreso Modigliani, tanto che ne prende in affitto la casa natale organizzando delle mostre che però passano inosservate. Al momento del ritrovamento, Pepi ha già criticato la mostra in corso per la presenza di due falsi esposti come autentici: una scultura e il ritratto di Picasso. Appena vede le teste si rende immediatamente conto che non sono originali e lo dichiara a gran voce, senza essere ascoltato. Jeanne Modigliani, intenzionata a raggiungere Livorno per far luce sulla vicenda, muore improvvisamente il 27 luglio, dopo una brutta caduta. Si aggiunge Federico Zeri, esperto d’arte, il quale afferma che le teste non sono autentiche.

Stupor mundi e miracoli a prova di scienza

Si decide di mettere a tacere le critiche avvalendosi delle analisi scientifiche. Le tre teste viaggiano così fino a Pisa, dove le analisi confermano la loro autenticità: su una delle teste si può vedere una macchia verde, riconducibile ad un’alga presente nel Fosso.
Una delle collaboratrici del laboratorio, sicura dei risultati sentenzia: “io non sono una vera esperta ma per me non ci sono dubbi”.
Le tre teste sono dunque esposte al Museo Progressivo di Livorno, la notizia fa il giro del mondo e coloro che insistono per indagini più approfondite, vengono semplicemente ignorati.
Si procede ad aggiornare il catalogo della mostra in meno di un mese, tanto che il 2 settembre Vera Durbé, ora eletta paladina del ritrovamento, firma una delle tante copie a quattro ragazzi. Quello che non sa, è che quei quattro ragazzi sono i veri protagonisti del miracolo.

L’amara realtà

Caparezza – Teste di Modì

Riavvolgiamo il nastro degli eventi fino al 17 luglio: Pietro Luridiana, Michele Genovesi, Francesco Ferrucci e Michele Ghelarducci sono quattro ragazzi ventenni di Livorno.
La notizia della ricerca organizzata dalle istituzioni prima e gli esiti deludenti poi, accende una lampadina nei giovani: decidono di aggiungere un loro personale contributo ai lavori realizzando in gran segreto una testa in pietra; vi lavorano fino al 21 luglio con il trapano Black&Decker.
Provano perfino ad invecchiare la pietra ma rinunciano subito e il 23 luglio guidano fino al Fosso e quivi arrivati buttano la testa. Non si preoccupano nemmeno di rimuovere le macchie di erba, certi che gli esperti riconosceranno subito l’inganno.
Il giorno seguente aspettano in trepidante attesa fin quando non emerge una testa che però non riconoscono: colti alla sprovvista, pensano che Modì 1 sia davvero una delle opere leggendarie di Modigliani e si sentono in colpa per aver rischiato di danneggiarla con la loro bravata. Nel pomeriggio emerge Modì 2, la testa realizzata dai giovani che si aspettano di vederla sconfessata dai critici in breve tempo, ma questi ultimi sono talmente entusiasti da non accorgersi della reale natura della testa. Modì 3 scatena il giubilo generale e le tre statue sono immediatamente inserite nella mostra a Villa Maria.

Confessioni in diretta

A questo punto i ragazzi decidono di confessare la bravata, ma nessuno li prende sul serio. Grazie ai loro contatti, organizzano un’intervista – confessione: il 3 settembre la rivista Panorama, fa scoppiare lo scandalo. La situazione diviene tesa: i ragazzi non sono creduti, qualcuno addirittura li accusa
di aver realizzato lo scherzo per scopi politici e Vera Durbé sfida il gruppo a ricreare una nuova
opera, in quanto “la fotografia non è sufficiente”. I ragazzi accettano la sfida e scolpiscono un’altra testa il 10 settembre in diretta Tg1.

E le altre due teste?

Manca un ultimo colpo di scena a questa vicenda surreale. Il 13 settembre un giovane portuale e artista di nome Angelo Froglia convoca una conferenza stampa durante la quale rivela di essere l’artefice di Modì 1 e Modì 3; il suo gesto è una protesta operata per denunciare l’eccessivo entusiasmo di storici e critici. A ulteriore conferma dei fatti, il 15 settembre mostra il video dove scolpisce le pietre e a questo punto le teste vengono sequestrate.
Per i Durbé la burla comporta il sollevamento dai rispettivi incarichi e l’apertura di un’inchiesta che li assolverà per buona fede. Vera Durbé non regge alla confisca delle teste e finisce all’ospedale per malore. Rimarrà convinta a vita dell’autenticità delle tre teste.
Il fratello Dario viene destinato ad altro incarico, ma entrambi perdono la credibilità.

Modigliani e i falsi

Modigliani è ancora oggi uno degli artisti più falsificati al mondo. La vita breve e intensa, la ricerca e la rielaborazione nelle sue opere, oltre alla scarsità di fonti certe sulla sua vita suscitano fascino e attrazione in chiunque abbia la possibilità di ammirare un autentico Modigliani.
Quello che sorprende, oggi come nel 1984, è l’estrema facilità nell’autenticare delle opere d’arte, specialmente se sono interesse dei mass media.
Analisi sbrigative e calibrate solo per ottenere un determinato risultato, rischiano anche oggi di far inserire nel catalogo di un artista opere e stili estranei alla sua essenza: informazioni errate che possono trarre in inganno collezionisti, per danni economici ingenti e finire magari nei libri di storia dell’arte, creando disinformazione a svantaggio di studenti, professori e dell’artista in questione.
Un danno che va ben oltre la semplice burla.

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi.

Amedeo Modigliani

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