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Vero che è falso, falso che è vero: Alceo Dossena

Dossena e lo studio dell’arte

Alceo Dossena nasce a Cremona l’8 ottobre 1878 da Giovanni Dossena e Regina Melgari. Sin da ragazzo manifesta una spiccata attitudine per l’arte, in particolare per il disegno. Si forma presso la bottega dello scultore Alessandro Monti (Viggiù 1847 – Cremona 1921), artista dalla sterminata conoscenza della scultura quattrocentesca dell’Italia settentrionale.

Il 22 maggio 1900 sposa Emilia Maria Ruffini e nel 1901 nasce il primogenito Alcide.
Nel 1908 la famiglia si trasferisce a Parma, dove Dossena lavora con lo scultore e socio Umberto Rossi, restauratore e falsario di marmi antichi di origini vicentine.

Durante la Prima Guerra Mondiale, presta servizio nell’aeronautica militare prima a Perugia e successivamente a Roma; verso la fine del 1918 si stabilisce definitivamente nella città eterna lavorando nel proprio studio, nel quartiere Trionfale vicino alla chiesa di S. Giuseppe, per la quale esegue il busto di Don Guanella.

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Riproduzione dello studio romano di Dossena e poi del figlio Alcide, Mart, Rovereto

Il falsario Dossena

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Alceo Dossena, San Francesco, (in secondo piano) collezione Dario del Bufalo, 1928-1937 e (in primo piano) collezione privata, 1931 – mostra Mart, Rovereto

1916, Vigilia di Natale: trovandosi in ristrettezze economiche, Dossena decide di recarsi all’osteria Fracattini di Roma con una Madonna sotto il mantello da usare come credito; l’orefice ed antiquario Alfredo Fasoli l’acquista per cento lire credendola autentica, salvo poi accorgersi dell’inganno.

Rimane così colpito dalla qualità dell’opera, da proporre a Dossena di lavorare in società con il suo amico, il Cav. Alfredo Pallesi, un antiquario fiorentino con sede a Bologna, mentre un certo Padre G. Sola si preoccupa di costruire la parte storico-epigrafica delle presunte opere autentiche. Stando agli accordi, Dossena realizza le sculture e le consegna ai due soci; periodicamente riceve una quota abbastanza alta da permettergli di vivere in maniera agiata, mantenere la sua attività e pagare due collaboratori.

Tra il 1918 e il 1928, crea sculture poi attribuite da direttori museali e importanti studiosi ad artisti del calibro di Giovanni Pisano, Amadeo, Donatello, Mino da Fiesole ed altri famosi maestri; opere che nessuno sospetta essere realizzate da uno scultore contemporaneo, probabilmente perché non sono copie di esemplari noti ma nuove creazioni, ispirate al Rinascimento, al Trecento o alla antichità classica.

Fasoli vende i lavori di Dossena avvalendosi dell’aiuto di antiquari e faccendieri, incaricati di rintracciare i potenziali acquirenti, falsificare la documentazione e gli expertise per conferire maggiore credibilità sull’autenticità delle opere. Nella trappola cadono antiquari di prestigio, come Elia Volpi (Città di Castello, 1858 – Firenze, 1938): grazie a lui il Boston Museum of Fine Arts acquista nel 1923, per 100.000 dollari, la Tomba Sabelli attribuita a Mino da Fiesole, in realtà scolpita da Dossena.

La patina di antico: l’innovativa tecnica di Dossena

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Alceo Dossena, San Giovannino, 1931, Museo civico Ala Ponzone, Cremona – mostra Mart Rovereto

Cos’è la patina?
Si tratta di modificare la superficie delle opere, scurendo il colore originale grazie all’azione di luce e agenti atmosferici. Il fenomeno si verifica nel corso del tempo e delle vicende storiche, per cui quando un’opera presenta la patina, si tende a dare per scontato che sia autentica.

Attraverso l’osservazione dei monumenti e delle chiese, Dossena mette a punto un’ingegnosa soluzione per la creazione di falsi insospettabili, grazie alla realizzazione della patina: non più un’aggiunta di materiali a fine lavoro, bensì una tonalità di colore sottostante la superficie.

In sostanza scolpisce le composizioni e prima di finirle, applica una patina liquida a base di permanganato, acqua di ruggine e terra di quercia essiccata al calore della fiamma a gas: la superficie trattata acquisisce una crosta nerastra che crea l’alone; completa il tutto con piombo e acido ossalico, aggiunge le fratture e i danni accidentali e ottiene uno spettacolare effetto antico: per questo la sua officina presenta una fossa, coperta poi con il cemento, dove immerge le statue anche più volte.

Copia e falso: differenze

Conviene a questo punto spiegare brevemente la differenza tra copie e falsi.
La storia dell’arte straripa di copie: gli allievi copiavano le opere del maestro per imparare a disegnare, gli artisti copiavano dalla natura e dalla realtà circostante per ispirarsi e accrescere il loro talento; le idee e le innovazioni stilistiche si diffondevano perché copiate durante i viaggi degli artisti stessi o delle loro opere.

Ma qual é allora la differenza tra copia e falso?
La risposta di per sé è molto semplice: falso è quell’oggetto realizzato con l’intento di ingannare circa l’autore e l’epoca di esecuzione dello stesso. Il perché è altrettanto semplice: immettere l’oggetto sul mercato e ingannare chi lo acquista, facendolo pagare una fortuna.

Svelato l’inganno

Nel 1926 si comincia a parlare di un maestro italiano autore di falsi rinascimentali, greci ed etruschi.
La principale vittima della truffa, l’americano Harold Woodsbury Parsons decide di partire alla volta dell’Italia per risolvere il mistero; facendosi passare per un giornalista, riesce a farsi raccontare da Dossena in persona la verità: a ulteriore conferma, lo scultore gli mostra l’archivio fotografico nel quale cataloga tutti i manufatti realizzati, prima di consegnarli ai soci.

Parsons redige un articolo contenente le opere di Dossena acquistate da musei e privati americani sulla rivista Art News nel dicembre 1928.
Un secondo articolo stima il guadagno ricavato tra il 1920 e il 1927: si parla di oltre un milione di dollari!

Non è vero! Lo scandalo e il processo

Lo scandalo rimbalza tra Italia e America; gli antiquari italiani perdono credibilità e Dossena pubblica un articolo su Art News il 5 gennaio 1929, per difendersi e proclamare la sua innocenza.

Ma la misura è colma.
I pagamenti dai due soci si fanno sporadici e miseri, causando parecchie difficoltà economiche a Dossena. Oltre alla famiglia ufficiale, deve mantenere l’amante e la prole, i dipendenti del laboratorio e i propri vizi personali (frequenta regolarmente le osterie).

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Alceo Dossena, Santa Caterina, dettaglio con firma autografa, 1928-1937, collezione Dario del Bufalo – mostra Mart Rovereto

Cita in giudizio i due ex soci nel 1928, i quali per tutta risposta lo denunciano come antifascista alle autorità.
Su quest’ultima accusa, le autorità decidono di aprire un fascicolo su Dossena per stabilire la veridicità dei fatti e le idee politiche dello scultore; le informazioni raccolte si dividono in due fascicoli conservati presso l’Archivio Centrale di Stato a Roma.
Dai documenti, emerge che la condotta dello scultore non presenta nulla di sospetto.

Restano ancora da chiarire le accuse contro Fasoli per appropriazione indebita e calunnia: la mancanza di prove porta all’assoluzione di Fasoli di entrambe le accuse.

La produzione di falsi viene solitamente stimata tra il 1918 e il 1928 in quanto dopo il processo, Dossena autentica e firma a posteriori le proprie opere.
Si spegne a Roma l’11 ottobre 1937.

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