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I “capricci” di Giulio Carpioni.

Giulio Carpioni, insieme a Francesco Maffei, fu uno dei due grandi artisti che influenzarono il panorama artistico vicentino Seicentesco. La sua pittura innovativa, infatti, conquistò la nobiltà vicentina, tra tele, affreschi ed incisioni dai molteplici temi e allegorie.

L’Allegoria della fragilità e la sua iconografia.

Giulio Carpioni, Allegoria della fragilità, 1650 circa, Vicenza, Palazzo Chiericati.

Che cos’è un “capriccio”? No, il termine non si riferisce ad un comportamento infantile da parte dell’artista, ma all’ unione di due tematiche differenti all’interno di una tela. Un’esempio nel repertorio di Giulio Carpioni di tale stile lo si riscontra nell’Allegoria della fragilità umana; in questo quadro l’artista fonde la tematica religiosa con quella della natura morta.

Nella tela l’artista pone sottili significati allegorici, come il Cupido con le bolle di sapone: queste ultime alludono alla fragilità della figura della donna (come riporta il testo di Cesare Ripa Iconologia). La posa del putto alato, il quale risulta caratterizzato da un volto più vecchio rispetto alla dinamicità della figura e con occhi tristi, è una ripresa dal mondo nordico; questo contatto potrebbe essere avvenuto attraverso delle stampe. Tale posizione potrebbe richiamare la fugacità della vita, nel caso in cui lo si consideri un putto alato, oppure, se lo si guarda come un Cupido, la caducità dell’amore.

Oltre allo studio della figura, nel quadro è presente anche una “natura morta”; questa risulta composta da cedri, verze, pesche e due anatre, le quali sembrano estranee a ciò che sta avvenendo. Sullo sfondo vi è una rappresentazione paesaggistica; questa, a sua volta, richiama nuovamente la pittura nordica ed è forse frutto dell’influenza delle opere di Jacobus Victor.

La formazione veneziana.

Giulio Carpioni nacque a Venezia nel 1613 da una famiglia che si presume fosse molto modesta. Apprese la tecnica della pittura dal Padovanino, anche se il suo stile risente molto di quello del giovane Tiziano. In seguito, vista la grande affluenza di artisti nella laguna, il giovane pittore entrò in contatto sia con lo stile degli artisti caravaggeschi (giunto attraverso il pittore veneziano Carolo Saraceni) sia con quello cortonesco.

Sempre all’interno della cerchia del Padovanino, nel 1631 Giulio Carpioni andò con il proprio maestro a Bergamo, dove apprese il “gusto della realtà” attraverso la pittura di Carlo Ceresa. Al suo ritorno a Venezia il pittore aveva appreso il gusto grottesco di Pietro della Vecchia ed il “classicismo” romano di Poussin, diffuso dalle incisioni di Pietro Testa.

Per Carpioni fu decisivo il contatto con lo stile di Poussin: in particolare la celebrazione del mito antico calato all’interno di un paesaggio idealizzato.

La presenza di Giulio Carpioni a Vicenza.

Nel 1638 Giulio Carpioni fu a Vicenza, dove lasciò una scia di testimonianze tra documenti e opere che ne attestano la continua presenza nella città berica fino al 1647. In quell’anno Giulio Carpioni eseguì le opere che lo portarono all’affermazione all’interno del panorama nobiliare vicentino, ossia due dei sette lunettoni sul tema delle Glorificazioni. Questi affiancavano i cinque Francesco Maffei eseguì tra il 1644 ed il 1656, esposti nella Sala dei centocinquanta del Palazzo del Podestà a Vicenza (oggi esposti a Palazzo Chiericati, Vicenza).

In seguito, ottenne varie commissioni, in particolare, tra il 1650 ed il 1651, iniziò la sua produzione ritrattistica, soprattutto di donne.

Giulio Carpioni, soprattutto in seguito alla commissione dei due lunettoni sulle Glorificazioni (1647-1648), ebbe grande successo nella cerchia nobiliare della Vicenza Seicentesca, tanto che il suo stile pittorico, caratterizzato da una visione ironica del mondo ben visibile nell’armonia tra il suo stile legato al classicismo e la rappresentazione di volti grotteschi, influenzò anche gli artisti del secolo successivo. L’artista morì a Vicenza nel 1678, non a Verona come erroneamente si credeva a causa dell’Abecedario pittorico di Pellegrino Antonio Orlandi (Venezia 1704).

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